2 Responses

  1. Guglielmo Rottigni
    Guglielmo Rottigni at |

    Buongiorno
    Sono abbastanza d'accordo con quanto ha scritto. Ma non penso che il lavoro, in quanto tale, sia "terminato". Penso siamo in difficoltà nel comprendere il senso che il lavoro possiede per la costruzione ed il mantenimento dell'identità personale.
    Da un certo punto di vista, lavorare implica scontrarsi con un "reale" che supera le nostre capacità di presa su di esso. Lavorare non significa "eseguire un compito", quanto "applicare la propria intelligenza" nel cercare di piegare la realtà ai nostri desideri.
    Lavorare è quindi una sfida costante, richiede la costante mobilitazione delle nostre facoltà, non solamente cognitive, per far fronte (ma in senso diverso da quello inteso dal termine abusato "coping") ad un reale che è sempre un passo avanti, che non può mai venire completamente padroneggiato.
    Io penso, sulla linea di Dejours e di altri colleghi del mondo francofono, che uno dei grandi compiti degli psicologi (e non solo) sia quello di sostenere una visione del lavoro come irriducibile alla normazione, come possibile spazio di libertà e di costruzione dell'identità.
    Buona vita
    Guglielmo

  2. elisabetta vellone
    elisabetta vellone at |

    Signor Guglielmo e gentile lettore,
    sono daccordo con Lei nel sostenere che che il lavoro non sia "terminato"; come potrebbe essendo la sola chiave che apre le porte della creatività, dell'operosità e dell' espressività umana! E' l'uomo che è cambiato e ha smesso di creare, di esprimersi, ma soprattutto ha smesso di amare e di amare se stesso in nome di un illusorio benessere promesso dalla materialità. Il lavoro è la prima espressione artistica dell'uomo nonchè traccia della sua presenza in vita; esso è un valore portante e in quanto  tale, per dare i suoi migliori frutti, necessita di un rapporto d'amore con il suo unico partner ( l'uomo).
    grazie per lo scambio
    Dr.ssa Elisabetta Vellone

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