Pompei ed Ercolano in prestito al British Museum

Mosaic of a Pompeii guard dogCultura e denaro. E’ possibile monetizzare il patrimonio artistico di una nazione? A quanto pare sì, ed è quello che hanno fatto gli inglesi al British Museum con la mostra “Life and death in Pompeii and Herculaneum”.

Oltre duecentocinquanta pezzi dati in prestito al museo londinese per allestire la mostra che solo nei primi tre mesi ha ospitato circa 250 mila visitatori, ha registrato il sold out in pochissimo tempo e si appresta a diventare il terzo maggior evento dopo quello dei Tesori di Tutankhamen del 1972 e dell'Esercito di Terracotta cinese del 2007.

La mostra, che evoca i momenti tipici della vita e della morte della popolazione pompeiana, è stata allestita nel padiglione centrale del bellissimo museo londinese, dove i tantissimi visitatori vengono introdotti alla mostra da un video su Ercolano per poi passare agli oggetti di uso quotidiano all’epoca romana, affreschi, statue, mosaici, calchi di alcune vittime, l’erotico Dio Pan che feconda una capra, il ritratto di Terenzio Neo e di sua moglie e il celebre mosaico del «cave canem», il meglio del museo partenopeo insomma.

Secondo le stime frutterà agli inglesi circa 7 milioni di sterline compreso l’indotto derivato dalla vendita di oggettistica dal brand «Pompei»:  tazze, magliette, matite, foulard, borse, poster, gioielli ispirati all’epoca romani, libri, dvd, cd con la musica di Roma classica e per finire, pasta di Gragnano con tanto di bottiglia d’olio del territorio del Vesuvio.

Ma quanto guadagnerà l’Italia da questa operazione? Quasi niente visto che i reperti sono stati dati in prestito gratuitamente dalla Soprintendenza speciale per i beni archeologici di Napoli e Pompei. Uno schiaffo al patrimonio artistico del luogo che ormai da tempo giace nel degrado e nell’incuria degli amministratori locali. Senza necessariamente scadere nella sterotipica visione della "italiotta" vista dall’esterno non si può non notare la beffa di ciò che altro non è se non una buona e strategica operazione di marketing culturale. E così accanto ai migliori cervelli, vediamo sfilarci i beni più preziosi, quelli proveniente dal nostro glorioso passato di patria della storia e della cultura e tocca chiederci come mai dalle nostre parti non si riesca ad avere una visione strategica della cultura.

Da un lato ci sono ancora gli apocalittici che inorridiscono al pensiero di trattare la cultura come un’industria, mentre dall’altro c’è la solita vecchia Italia dell’incompetenza, degli sprechi e del “magna magna”.  Ma la cultura può essere un business senza per questo offendere la storia e la dignità artistica che si porta dietro.  L’esperienza della mostra al british ci insegna che puoi apprezzare la storia di Pompei ed Ercolano custodite sotto i lapilli anche se questa diventa il brand di una tazzina. Puoi mischiare il più raffinato bene archeologico con un’idea di business vincente se mantieni il rispetto per il bene culturale che stai comunicando. Tutto questo passa per l’organizzazione e la bravura che contraddistinguono i londinesi nell’inventarsi un brand e renderlo fruibile ed apprezzabile al mondo intero (pensiamo al logo della metropolitana di Londra).  Ma non è tutto. Tanto di cappello agli uomini e donne del marketing della city ma forse può essere interessante sottolineare un ultimo dato che ci riporta al punto di partenza: “denaro e cultura” riaprendo qualche questione di non facile soluzione. Leggendo qua e là scopriamo che, dietro l’evento della mostra Life and death in Pompeii and Herculaneum, c’è la Goldman Sachs che ha finanziato tutto questo, un nome che ci ricorda un sistema che ha fatto piombare l'occidente nella peggiore crisi economica dal '29 ad oggi. Un’idea di finanza che fortunatamente non è quella tipica del nostro paese, basata invece sul risparmio, ma che anzi, proprio per questo, ci ha permesso di arginare gli effetti della crisi senza farcene travolgere. Perché, appunto, i problemi dell’Italia sono altri.

E allora, facciamo un po’ di benchmarking prendendo esempio dal meglio che gli inglesi possono offrirci in termini di marketing e comunicazione ma pensiamo a nuovi e sani metodi per finanziare la nostra cultura che non passano né per lo Stato (con tutto il famoso “magna magna” che si porta dietro) né tantomeno per una finanza che non ci appartiene. E tanto per dirne una, se la prossima volta decidiamo di prestare a qualcuno le nostre opere, forse è il caso che chiediamo a questo qualcuno, un certo costo per il prestito.

Alessia Gervasi

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