Giovani e lavoro. C’è un evidente scollamento tra realtà sociale e desiderio

I giovani e il mondo del lavoro, due realtà in evidente contrapposizione che pare proprio non si vogliano incontrare. La mobilità e la flessibilità sembrano essere le parole d’ordine su cui si sta impiantando la riforma del mercato del lavoro, eppure loro, i giovani, sembrano non corrispondere ai destinatari ideali di questa riforma.

Nonostante si stia decantando da più parti il tramonto del posto fisso attraverso un invito più o meno esplicito ad adattarsi ai mutamenti in atto nel mondo del lavoro, i giovani continuano a non accettare questa evidente realtà. A dimostrazione citiamo una recente ricerca su base nazionale condotta dall’ Ispo, Istituto di ricerca sociale, economica e di opinione guidato dal Professor Renato Mannheimer, tra i giovani di età compresa tra i 18 e i 34 anni. I risultati del sondaggio dimostrano che il 75% degli intervistati desiderano un mercato del lavoro “meno flessibile, con meno possibilità di licenziamenti, anche a costo di stipendi più bassi” contro un 20% che invece si dichiara propenso ad un mercato “più flessibile, con maggiori possibilità di licenziamento ma che favorisce stipendi più elevati”. L’interpretazione del dato diventa ancor più evidente quando si chiede loro se preferiscono un lavoro “meno sicuro ma con più prospettive di reddito” contro “uno sicuro anche se meno redditizio”, ben l’84% (quasi nove giovani su 10) propende senza esitazione verso questa seconda alternativa. Insomma siamo davvero un massa di giovani monotoni?

Il fatto evidente che il mercato del lavoro flessibile, (anche se è un cambiamento necessario) sembra proprio non rispondere alle aspettative della stra grande maggioranza della popolazione italiana, non è forse un dato da prendere in considerazione? Se la libera scelta è il presupposto alla base di un paese democratico, forse dovrebbero essere i giovani a scegliere cosa è meglio per loro, non il contrario in una sorta di selezione darwiniana, dove chi non si adatta è tagliato drasticamente fuori dal sistema. Uno Stato funzionante dovrebbe garantire ai cittadini la possibilità di scegliere la strada più adatta al fine di portare a termine il proprio progetto esistenziale. Un sistema che detta le regole in modo così incisivo non è più democratico. Una volta garantito ai cittadini il diritto al lavoro come base sicura su cui improntare la propria esistenza dovranno essere loro a decidere quale lavoro e quale sistema meglio si adatta alle proprie esigenze. Altrimenti si rischierà uno scollamento insanabile tra ciò che si vuole e ciò che il sistema propone. La vera mobilità è quella che consente al lavoratore di potersi muovere nel mondo del lavoro seguendo le proprie aspirazioni e potendo scegliere all’interno di un ampio ventaglio di possibilità. In questo sistema non è detto che il lavoratore scelga di rimanere a vita incollato alla stessa scrivania, ma sarebbe auspicabile che egli possa muoversi tra un contratto stabile e un altro, non sentendo minacciata la propria sopravvivenza economica. Per adempiere a questo compito l’unica riforma veramente necessaria è quella in grado di incidere in modo sostanziale sulla crescita dell’occupazione e sulla crescita economica del nostro paese. Solo partendo da questa base si dovranno riformare i contratti di lavoro, altrimenti resta una cosa fine a se stessa e si rischia di apparecchiare una grande tavolata senza avere pasti da portare in tavola.

In un sistema che funziona, dove c’è occupazione, persino la riforma dell’articolo 18 farà meno paura perché il lavoratore non sarà più intimorito dalla minaccia del licenziamento ma sarà forte del fatto che da qualche parte un altro lavoro stabile prima o poi lo trova!

 

Alessia Gervasi

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