Più frammentato, terminale, e improduttivo, ma non meno istruito

Il 2017 rivelerà se è esistito o no un momento di svolta chiamato Jobs Act. Per ora, con l'inizio del quarto trimestre, i dati raccolti sembrano confermare che l'occupazione è in crescita grazie al blocco pensioni della Riforma Fornero, che tenendo i più anziani a lavoro, sta causando l'apparente boom occupazionale nella fascia di popolazione over55.

Ma come siamo arrivati al 2017? Rispetto al 2007, il mercato del lavoro italiano del 2016, ultima annata di cui si hanno dati completi, ha visto meno lavoratori (-1,23% in termini assuoluti) e meno produttività (-5,3 punti, tenendo come "anno perno" il 2010).

È un mercato del lavoro più istruito: tra il 2007 e il 2016 vi sono oltre il 30% di laureati occupati in più (+31,42%) e il 20% esatto di lavoratori fermi alla terza media in meno. In lieve crescita anche i diplomati (+3,23%).

Sempre tenendo il 2010 come "anno perno", secondo il metodo utilizzato da Eurostat, possiamo mettere a confronto l'andamento di tre indicatori: produttività per lavoratore, quota part-time sul totale degli occupati, e quota lavoratori a termine sul totale occupati.

Della produttività si è già detto sopra: è in calo. Sarebbe interessante provare a mettere in relazione questo dato di produttività con l'aumento dell'età media della forza lavoro (cioè con la maggior presenza di over55 tra gli occupati), ma per il momento rimaniamo sugli indici di part-time e tempo determinato.

Il lavoro a termine viene utilizzato in modo altalenante. Il suo ricorso è discontinuo, perché le aziende ne fanno uso quando sentono aria di espansione ma non sono totalmente certi che il buon momento sia destinato a durare. Dal 2007 al 2016, ad ogni modo, la quota tempo determinato su totale è passata dal 13,17% al 14,05% crescendo di 0,87 punti percentuali. Si può dire che sia una proporzione ragionevole: le aziende, infatti, salvo diversa norma di contrattazione collettiva, possono disporre del lavoro a termine per una quota di dipendenti pari al 20% del numero complessivo di lavoratori a tempo indeterminato. In Italia, il rapporto lavoro a termine/lavoro a tempo indeterminato è del 16,35%.

Invece, la quota di part-timer è aumentata del 40%: se nel 2007 lavoravano a tempo parziale 13,22 lavoratori su 100, ora questi costituiscono il 18,46% della forza lavoro occupata. 5,24 punti percentuali in più in meno di 10 anni sono sicuramente un dato interessante, ma che merita un approfondimento.

Quello che per ora possiamo dire è che dal 2007 al 2016 il lavoro italiano è più frammentato, terminale, e improduttivo, ma non per questo meno istruito.

Simone Caroli

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