Cosa potrebbe essere, invece, il calcio italiano?

Sparse per la penisola si trovano 240 squadre piuttosto importanti che non sono di serie A – ma di B, C, e D. 240 piccole e medie imprese che se anche solo avessero le briciole delle grandi darebbero lavoro a molti più professionisti, non solo giocatori, ma soprattutto personale di supporto, che potrebbe fare della propria passione un lavoro.

Oggi nelle piccole e piccolissime squadre, che tra Eccellenza e Promozione sono 1344, i giovani che non sono stati notati dagli scuot delle grandi il più delle volte appendono gli scarpini al chiodo e seguono il destino comune agli altri coetanei italiani: cercare un lavoro al di fuori della propria passione. Forse i più fortunati accompagneranno a lavoro o studio una collaborazione con la vecchia squadra. Per i “lavoretti”, infatti, la legge consente alle società sportive dilettantistiche (SSD) di retribuire il proprio personale con compensi sportivi, esenti da tasse contributi fino a 7.500 € all'anno. SSD a parte, nessuna azienda italiana potrebbe farlo. Sono 625 € al mese. Niente male per allenare la squadra Pulcini per tre pomeriggi a settimana. Il problema è che queste agevolazioni finiscono per disincentivare il lavoratore (a cui non vengono pagati contributi, premi INAIL, ferie, TFR, malattie, infortuni, e NASPI in caso di disoccupazione) che probabilmente non considererà mai lo sport fonte di lavoro “vero”, così come le aziende stesse, più propense a muoversi in questa zona grigia che a creare occupazione di qualità.

C'è potenzialità, ma non viene sfruttata. Questo riguarda il lavoro, ma anche la formazione. Quanta potenzialità formativa viene sprecata da queste piccole e medie aziende? Quante sono veramente coinvolte nella crescita di bambini e ragazzi italiani? Ampliamo gli orizzonti: parliamo anche di bambine e ragazze italiane. Calciatrici, sì (esistono anche loro), ma non solo. Le donne hanno contribuito al 15% delle medaglie olimpiche italiane. Nel 2008, a Pechino, sono state il 41% (11 su 37 totali), mentre nel 1996, Atlanta, ben 13 azzurre sono salite sul podio, finora il miglior risultato in termini assoluti.

Per lo sport femminile l'Italia fa ancora troppo poco. Tanto per dirne una, ricordiamoci il «Basta! Non si può sempre parlare di dare soldi a queste quattro lesbiche» di Felice Belloli, numero 2 del calcio nazionale e, naturalmente, uomo. Una frase già ignobile di per sé, tanto più se si considera che è stata verbalizzata (cioè messa ufficialmente per iscritto) durante una riunione in cui il consiglio di dipartimento del calcio femminile della Lega Nazionale Dilettanti discuteva di fondi per lo sviluppo del settore. Perché, è bene ricordarlo sempre, per quanto brave e motivate le calciatrici, a differenza delle controparti maschili, non possono essere professioniste, in Italia. 

Sapevate che Mia Hamm, americana, la calciatrice più forte di sempre (258 presenze in Nazionale, 158 gol) ora è nel Consiglio di Amministrazione della AS Roma? Francesco Totti, suo dipendente, si è fermato a 58 presenze e 9 gol in maglia azzurra. Cose dell'altro mondo…

Occorre ripensare al ruolo che il calcio – e a maggior ragione tutto lo sport – dovrà occupare per le nuove generazioni italiane. Sarebbe bello non fosse solo lusso, gloria, e speculazione per pochi, ma lavoro, aggregazione, e formazione per molti e molte. 

Simone Caroli

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