Disoccupazione giovanile e settori produttivi

La disoccupazione giovanile in Italia non è causata solo dal mercato del lavoro, ma anche dal nostro stesso sistema produttivo.

La principale causa di disoccupazione giovanile in Italia è l'economia del paese: la specializzazione in settori “relativamente maturi, caratterizzati da una forza lavoro scarsamente qualificata e da bassi tassi di adozione della tecnologia” (secondo la definizione Conti-Sulis), sembrerebbe incentivare i datori di lavoro a preferire lavoratori più anziani a scapito di giovani da formare sulle moderne tecnologie.

I SETTORI MATURI

I settori maturi sono comunemente definiti come quei settori economici caratterizzati dalla realizzazione di un prodotto standardizzato, da preferenze sostanzialmente costanti da parte dei consumatori, dall’utilizzo di tecnologie consolidate e con scarsa frequenza di sperimentazione tecnica delle imprese, le quali sono per lo più di piccola dimensione e specializzate per fasi o per prodotti.

Caratteristici sono anche la tendenziale lentezza della crescita della domanda complessiva, il progressivo spostamento della concorrenza sui fattori prezzo e servizio ed un frequente sovradimensionamento della capacità produttiva.  In questi settori, inoltre, sta avvenendo un processo di intensificazione della concorrenza internazionale, con l’entrata in gioco di imprese operanti in economie emergenti.
L’efficienza di costo si presenta come il fattore chiave per il successo delle imprese operanti in settori maturi ottenuto tramite economie di scala, una crescente standardizzazione, accesso ad input a basso costo e mediante costante controllo dei costi generali.

Un riflesso di questo andamento è dato dall'andamento delle esportazioni del nostro paese: nel confronto con altri partner europei, le esportazioni italiane di alta tecnologia, seppur in lieve crescita, non arrivano ai livelli di paesi più avanzati come Francia o Germania.

MATURITA' ECONOMICA E STASI DEL MERCATO

E' stata dimostrata una relazione significativa e positiva tra il grado di maturità/standardizzazione complessiva di un settore (e quindi in particolar modo la resistenza all'introduzione di nuove tecnologie) e la tendenza ad inserire regimi di protezione dell'impiego (employment protection law), i quali, costituiscono una delle cause principali della cristallizzazione del mercato del lavoro e perciò della perdita di flussi di mobilità (unemployment in/out flow rate) all'interno dello stesso.

E' facile intuire che più è alta la tecnologia di un settore, più alto deve essere il grado di sperimentazione ed implementazione dei prodotti, con un alto turnover di personale specializzato e forti collegamenti con le università e gli enti di ricerca; viceversa laddove sono presenti principalmente imprese operanti in settori meno dinamici, meno dinamico sarà il mercato, e sarà meno frequente che si instauri una legislazione del lavoro che preveda un processo di selezione dei lavoratori più flessibile.

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Nel grafico a lato viene mostrata la correlazione tra l'adozione di tecnologie (nel caso-esempio, la frequenza dell'uso del pc sul posto di lavoro) ed il grado di protezione dell'impiego. L'Italia (evidenziata) si colloca tra i paesi meno propensi ad innovare, ma più attenti alla protezione del posto di lavoro, insieme a Grecia, Spagna e Portogallo.

UNA RIFLESSIONE

Per ridurre i costi del lavoro e rimanere competitivi, i datori escludono i giovani dal mercato del lavoro garantito.

La letteratura economica non considera un male assoluto la presenza di regimi di protezione per l'impiego, mentre considera deleterio che questi esistano solo per certi lavoratori e per certi altri no.

Finché la nostra capacità industriale si fonderà sulla concorrenza al ribasso con economie di paesi emergenti (o già emersi?), non ci sarà motivo di mutare la strategia della riduzione del costo del lavoro. Ma poiché i lavoratori più anziani sono protetti da leggi contro il licenziamento e garantiti da contratti “standard”, i datori scaricheranno sui giovani i tagli necessari per rimanere competitivi.
Sulle spalle della nuova generazione di lavoratori in ingresso, pesa sì la concorrenza di paesi con lavoratori meno garantiti, ma anche la miopia dell'establishment politico-industriale italiano.

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