Ma lo sport, e persino il calcio, è anche formazione e lavoro

Difficile da ignorare e impossibile negarlo: lunedì 13 novembre si è consumata una tragedia sportiva per il nostro paese. La nazionale (maschile) di calcio non parteciperà ai campionati mondiali di Russia 2018.

Molti commentatori hanno minimizzato – è solo calcio, no? – mentre altri si sono affrettati a paragonare l'imbarazzante esclusione dal campionato mondiale (per la prima volta dopo l'unico precedente di 60 anni fa) con la crisi economica e occupazionale che imbarazza la classe politica italiana. Sono paragoni sbagliati. La crisi dello sport italiano, culminata nella sconfitta di lunedì, non è cosa da nulla e non è una metafora, bensì una parte della crisi generale.

Il calcio italiano, un tempo una nostra eccellenza come la cucina o l'accoglienza, è ai suoi minimi. E «il calcio è – per citare Arrigo Sacchila cosa più importante delle cose meno importanti». Non certo la più importante, quindi, ma con la sua importanza. Un «movimento», l'ha definito Gigi Buffon in lacrime. Eppure nonostante ingaggi milionari dei giocatori e milioni di tifosi, le potenzialità sociali, formative, e occupazionali del calcio italiano sono ancora molto sottostimate.

Se guardiamo le squadre di Serie A nella loro dimensione aziendale, si nota come la vera fonte di guadagno non sia la capacità di attirare tifosi allo stadio, ma di aggiudicarsi "diritti TV", che corrispondono, più o meno, a quanto le TV sono disposte a pagare per poter trasmettere spot pubblicitari durante le partite. Triste, no? Tanto più triste perché, secondo un meccanismo tutto italiano, le squadre già blasonate fanno la parte del leone, mentre le piccole si prendono le briciole.

Le piccole non tratterranno mai i propri talenti, che verranno acquistati per speculazione dalle squadre più grandi. Se va bene, come investimento, se va male, per fare panchina e missioni in prestito in campionati meno competitivi – e per quanto strapagati, ricordiamo che stiamo sempre parlando di comprare e vendere persone. Le piccole investono nell'ingaggio delle vecchie glorie, non si dotano di scuole calcio giovanili, o di impianti all'avanguardia, ma soprattutto non assumono personale di supporto all'altezza, personale non solo sportivo (preparatori atletici, fisioterapisti, trainer…) ma anche amministrativo, gestionale, commerciale, logistico, insomma persone “comuni”, operai, impiegati, dirigenti, che potrebbero avere lavori comuni ma in aziende eccezionali, conosciute in tutto il mondo – perché all'estero anche il Crotone viene guardato in TV, se gioca contro la Juventus.

E se questa è la Serie A – lo stesso campionato dove Gigio Donnarumma guadagna 6,5 milioni di € all'anno – pensiamo a cosa succede nelle serie minori. In serie B giocano 22 squadre. In serie C, organizzata dalla Lega Pro (“pro” sta per “professionisti), le squadre sono 56. Sono invece 162 quelle di serie D (come giocatori Dilettanti, che, con contratti diversi dai professionisti, vengono comunque retribuiti). 240 squadre dove, con diversa intensità, i giocatori fanno del calcio il proprio mestiere sognando, con diverso senso del realismo, di pagare le bollette oppure marcare Higuain o dribblare Bonucci. Ma come se la passano, come lavoratori?

In serie C non sempre gli stipendi vengono pagati regolarmente. È interessante navigare sul sito dell'Associazione Italiana Calciatori (AIC), l'ente che tutela i calciatori come lavoratori. Si impara che il Modena F.C., squadra che vanta: 105 anni di storia, 28 partecipazioni in Serie A, 2 campionati di Serie B vinti, e una prestigiosa citazione nel film «Ladri di Bicilette», non paga gli stipendi dei propri calciatori da giugno. Si impara anche che questi lavoratori senza stipendio non sono i milionari di cui seguiamo le cronache sportive (e non), ma soprattutto gente che lavora e che, forse, ci ha provato e si è bruciata. Persone di 30-35 anni che si affacciano per la prima volta al mondo del lavoro non sportivo e che, come tutti, avrebbero bisogno di più formazione, più sostegno per stare al passo coi tempi, più supporto dalle politiche attive del lavoro. Questo è il blasonato calcio italiano, 28 volte in finale di Champions League.

Nient'altro che una parte della società italiana, fatta di grandi eccellenze in decadenza, di lavoro in affanno, di formazione che manca, e di un'idea della cultura che, come noto, tutto è fuorché qualcosa di cui vivere.

(Continua…)

Simone Caroli

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