Ma precario chi? Essere o sentirsi precari nel 2018

I dati Eurostat parlano chiaro: mai così tanti lavoratori dipendenti in Italia e mai così tanti rispetto agli autonomi. Tradotto: le tutele del lavoro subordinato non sono mai state così diffuse nel nostro paese.

Eppure, con curiose differenze, ogni schieramento politico ha fatto sua la retorica del precariato.

È vero, negli ultimi anni è cresciuto il numero di dipendenti a termine. Una crescita che, però, è iniziata nel 1992, quando la quota di tempi determinati sul totale dipendenti passò dal 5,34% al 7,12%. Quell'anno successe anche un altro fatto degno di nota: il numero di dipendenti si era ridotto di più di mezzo milione di unità (-588,5mila, cioè -3,85%) per tornare a crescere, con cifre significative, solo nel 1998 (+1,10%), l'anno del Pacchetto Treu.

Oggi, dati 2016, i dipendenti a termine sono il 14,05% del totale. Significa che, tra i subordinati, 6 lavoratori su 7 lavorano con contratto a tempo indeterminato. Sono invece il 16,60% i lavoratori autonomi senza dipendenti rispetto al totale dei lavoratori, il dato più basso dal 2004, quando l'introduzione dei co.co.pro. aveva fatto arrivare questa categoria di lavoratori alla notevole cifra di 3,8 milioni di persone.

Dal 2003 al 2004 la quota di lavoratori subordinati sul totale era crollata dall'87,32% all'80,58%. Erano comparsi più di 1,5 milioni di autonomi. Si parlava di «fuga dal lavoro subordinato», conosciuta anche come fuga dal contratto collettivo e fuga dal diritto del lavoro. Da cosa fuggivano esattamente i datori di lavoro? Dallo Statuto dei Lavoratori e dalle norme dei contratti collettivi di lavoro nazionali. Per intederci, parliamo di (in ordine alfabetico e solo per campione):

assistenza sanitaria integrativa, diritti sindacali, diritto allo studio, enti bilaterali, ferie, indennità professionali, lavoro straordinario-supplementare-festivo, malattia, mansioni, maternità, norme sul licenziamento, orario di lavoro, passaggi di qualifica, permessi, preavvisi, procedure disciplinari, retribuzione minima, trasferte, trattamento di fine rapporto.

Quel tipo di precariato non solo dava al rapporto di lavoro una durata breve e spesso indefinita, ma non garantiva tutta una serie di tutele che i lavoratori a termine hanno. Questo, però, non viene riconosciuto e non solo perché la retorica del precariato ha funzionato, ma per via di una percezione diffusa che sarà eternamente impossibile da eliminare: chi smette di lavorare fa fatica a ricominciare.

Di politiche attive del lavoro si sente davvero la mancanza. Piani di accompagnamento da un lavoro (e dal suo bagaglio di competenze) ad un altro in Italia non esistono. Esiste invece un ricorso sempre più strutturale al lavoro a termine, per far fronte alle incertezze del mercato e a un'economia che richiede adattamenti sempre più veloci alle aziende. Il prodotto di questi fattori dà come risultato la percezione del lavoro a termine come un lavoro che non dà accesso a una carriera. 

Nel 2015 sono state rese impossibili le dimissioni in bianco. Limitato fortemente il lavoro autonomo non genuino. Incentivato il lavoro a tempo indeterminato. Ma non è stato lanciato su larga scala un piano per far (ri)entrare al lavoro chi non ce l'ha.

Simone Caroli

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2 Responses

  1. Pier Paolo
    Pier Paolo at |

    Simone sono giuste le tue osservazioni sul significato delle variazioni nei dati numerici relativi al lavoro subordinato. Non fanno però emergere quella che è stata e continuerà ad essere la vera ragione del precariato in Italia; nella popolazione imprenditoriale si nasconde un rilevante numero di datori di lavoro il cui unico obiettivo è quello di utilizzare, sotto la guida di discutibili consulenti del lavoro, le leggi (non ben formulate) per abbassare il costo del lavoro. E’ stato così nelle prime formulazione dei contratti a termine, nell’applicazione dei co.co.co e dei contratti a progetto, per finire con l’utilizzo dei voucher. Ogni volta la politica è dovuta ritornare sui propri passi per bloccare o limitare l’uso improprio delle leggi sul lavoro.

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