“Fare la gavetta”, “vengo dalla gavetta”, intorno a questa parola “gavetta” sembra aleggiare un non so che di lecito, plausibile, quasi fosse una tappa obbligata del percorso lavorativo. Nell’immaginario collettivo, la gavetta rappresenta il tempo necessario e indispensabile per arrivare a ricoprire una posizione sociale di prestigio.
Un tempo, forse, questo sistema ha funzionato. Magari alla fine qualcuno è riuscito a diventare un meritato regista, attore, politico, giornalista, cantante, atleta, calciatore, ministro, passando per l’umiliazione e portando i caffè. Ma oggi? La gavetta, non è forse la prima ed unica realtà con cui un giovane fresco d’università entra in contatto? Il tempo della gavetta, non si è forse dilatato in modo esponenziale insieme al suo fratello legalizzato chiamato stage o tirocinio? Se questa fase di apprendimento e del “farsi le ossa” diventa un periodo lavorativo in giacenza, ha senso che sopravviva? No.
Cerchiamo allora di sciogliere l’equivoco.
La parola gavetta, dal latino gabata (scodella), in realtà, è un recipiente in cui i soldati mangiano il rancio durante le marce o le campagne militari. L’espressione “venire dalla gavetta” deriva proprio dal gergo militare e si riferisce a chi giunge ai più alti gradi partendo da soldato semplice. Pertanto, il termine “gavetta” non ha una valenza negativa ma rappresenta effettivamente la scalata sociale di chi parte dal nulla e arriva poi a ricoprire una posizione di prestigio. Il significato originario della parola comprende, dunque, la progressione, il sacrificio, l’idea della tappa e del percorso, tutti concetti indispensabili alla buona riuscita di una carriera. Il problema è che il mondo lavorativo attuale ha tradito questi concetti, ha eliminato la progressione, le tappe e la crescita e ha lasciato solo il sacrificio. La gavetta non è più una scelta nell’attesa di un futuro grandioso, ma è l’unica scelta! E’ un sistema legittimato di sfruttamento che fa perno sulla motivazione dei giovani, sulla loro passione e sulla vana speranza di raggiungere una posizione sociale adeguata alle loro competenze e aspirazioni. Qualsiasi prestazione lavorativa merita un’adeguata retribuzione. Sebbene stage, tirocini e gavette facciano parte di un sistema ormai accettato non è detto che debba essere così per sempre.
E allora, eliminiamo l’equivoco che la gavetta serva a far diventare qualcuno e restituiamo dignità al percorso lavorativo già ampiamente compromesso. C’è crisi, disoccupazione, giovani senza futuro. Cominciamo quindi col rompere certi meccanismi ingannevoli e obsoleti. Lasciamo che i giovani investano i loro primi anni, i migliori, quelli in cui hanno energia e motivazione da vendere, in qualcosa di costruttivo. Che quel periodo sia davvero la base per la costruzione del loro futuro. Un futuro dignitoso e senza compromessi.
Oggi sembra un’utopia. Ma forse un giorno quegli stessi giovani che hanno dato via i loro migliori anni saranno i protagonisti di una nuova società lontana dalla logica della gavetta. Si guarderanno indietro pensando che è stato solo un grande equivoco.
Alessia Gervasi










