Lavoro a termine: dipendenti meno produttivi?

Per l'azienda assumere dipendenti a termine è una possibilità strategica.

I pro sono facili da intuire:

  • nessun costo di chiusura del rapporto di lavoro;
  • facoltà di testare il lavoratore prima della stabilizzazione;
  • selezione ulteriore: si assumono alcuni dipendenti a termine e proroga o stabilizza solo il migliore.

Molti rapporti di lavoro a tempo determinato nascono con la precisa finalità di far fronte a un'esigenza temporanea, ad esempio sostitutiva. Il dipendente sa da subito che a una certa data saluterà l'azienda.

Spesso, però, il datore di lavoro assume a termine perchè non riesce a prevedere se la risorsa sarà utile anche in futuro (e quindi verrà prorogata) oppure no. In questo caso, il dipendente non potrà mai sapere se la scadenza del contratto coinciderà con i saluti o con la prosecuzione, magari a tempo indeterminato del contratto.

E qui arriva il grande dilemma del lavoro a termine. Come si comporterà il dipendente, in una situazione incerta?

  • Darà il massimo per ottenere una proroga o la stabilizzazione?
  • Oppure sarà meno concentrato perché impegnato a cercare il prossimo lavoro?

In un mondo ideale, la scelta sarebbe la prima. Ma questo mondo non lo è. A mio parere lo svantaggio per l'azienda, nell'assumere personale a termine, è la scarsa produttività della risorsa in vista della scadenza. La ricerca di lavoro, l'incertezza, e i colloqui – quasi sempre in orario di lavoro – sono fattori che determinano un calo di concentrazione ed una resa inferiore al previsto.

In Italia, i dipendenti a termine sono 2,5 milioni, circa 1 lavoratore su 7 (il 14,5%). Il contratto di lavoro a termine è il più utilizzato in assoluto per le nuove assunzioni e – se i dati del 2017 verranno confermati – pare siano a termine i rapporti di lavoro che stanno trainando la recente ripresa occupazionale.

È un caso che, però, la produttività del lavoro in Italia si stia abbassando?

Simone Caroli

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